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Intervista a
"Robertone", Roberto Gandolfi missionario in Uganda

Quali grandi cose può fare una persona
semplice? Roberto Gandolfi, contadino cinquant'enne, ha lasciato i suoi
campi verdi e ben coltivati nei pressi di Gropparello ed è partito 15 anni
fa alla volta dell'Uganda, nella desertica regione del Karamoja, al nord
del Paese, ai confini con Sudan e Kenya. Doveva rimanere sei mesi. Oggi è
ancora là, responsabile coordinatore dell'officina dei miracoli
dell'ospedale di Matany. Due piccoli occhi azzurri che brillano dall'alto
del suo metro e 94 centimetri. Roberto Gandolfi è l'incarnazione della
persona semplice, il ritratto della persona buona; con il fratello Angelo
rispolvera il dialetto piacentino di Gropparello e dintorni; davanti al
cronista parla con una lentezza e pacatezza a metà tra le esternazioni di
Dino Zoff ed il ritmo della giornata africana.
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Roberto come ha deciso di partire?
«Ho sempre avuto il desiderio di andare ad aiutare in Africa. Pensavo: se
fossi libero e senza impegni andrei anch'io laggiù a dare una mano. Avevo
seguito conferenze che si tenevano nelle parrocchie con le testimonianze
dei missionari. Poi, insomma, laggiù c'era della gente che aveva molto
bisogno, io sono cristiano e il Vangelo in cui io credo mi ha chiamato. E'
inutile. Se si crede in una cosa bisogna andare».
Anche a costo di sacrifici?
«Io avevo l'impegno della cascina: mio padre diventava vecchio e c'era da
lavorare assieme a mio fratello Angelo per aiutarlo. Ma ad un certo punto
la vocazione è stata troppo forte. Devo ringraziare anche mio fratello
Angelo che mi disse di fare quello che mi sentivo e di sentirmi libero.
Così, tramite don Piero Maggi, entrai nei volontari di don Vittorione ed
in Africa Mission. Un anno di preparazione nella casa per esercizi
spirituali di Ziano poi la partenza. Pochi giorni prima del 12 novembre
del 1990 arriva la telefonata».

Chi era?
«Don Vittorione (uno dei fondatori di Africa Mission ndr.)! “Sei pronto?”
Mi urlò dall'altra parte della cornetta. Io gli rispondo, un po'
titubante, che avevano seminato ma dovevamo fare ancora i canali. “Dai,
dai, il 12 partiamo”».
Così Roberto Gandolfi il 12 novembre 1990 prese il primo aereo che lo
portò a Roma assieme a Vittorione. La tappa servì per andare a recuperare
altri due volontari e poi giù sino a Kampala, capitale dell'Uganda. Sei
mesi nel quartier generale dove vengono smistati gli aiuti per le missioni
nel nord del Paese e poi il trasferimento al “fronte” tra le popolazioni
poverissime e decimate dalla carestia nel Karamoja.
«Sono stato con don Vittorione cinque anni sino alla morte, nel '95, del
sacerdote. Poi sono tornato in Italia per qualche mese. A Moroto, nel
quartier generale di Africa Mission, facevamo un po' di tutto: aiutavo nel
dispensiario, nel centro per i bambini malnutriti; avevamo attivato un
mulino, un'officina per riparare gli aratri ed una scuola di taglio e
cucito per le donne. Nei due campi che curavamo facevamo vedere ai bambini
come si coltivavano i fagioli, i pomodori».
Anche strade: quella che porta da Moroto a Lopotuk porta la firma di
Roberto Gandolfi. Alla morte di don Vittorione la strada imboccata prende
una svolta anche se alla fine non sostanziale. Robertone alla fine rimane
in Uganda, in Karamoja, ad aiutare le popolazione africane. Si sposta di
soli quaranta chilometri da Moroto a Matany, nell'officina dei miracoli al
servizio dell'ospedale dei comboniani. Continui lei.
«Tramite il Cuamm, con il dottor Pierluigi Rossanigo, di Pavia, sono
arrivato a Matany l'ospedale sperduto nella savana. Da allora mi occupo
dei mezzi, degli edifici e di tutto l'ospedale. Nell'officina lavorano
un'ottantina di persone tutti neri del posto. All'inizio con me c'era un
fratello comboniano. Poi i missionari sono sempre meno, così mi hanno
fatto coordinatore. Qualche volta arriva qualche volontario dall'Europa,
soprattutto elettricisti, muratori, fabbri, falegnami, che stanno giù un
mesetto, insegnano ai nostri ragazzi il mestiere e poi vanno via».
Non solo un'officina, dunque, ma anche una sorta di centro di formazione
professionale e di avviamento al lavoro. Non è così?
«Certamente. I nostri ragazzi vengono mandati in giro per le missioni a
fare i piccoli lavori per cui serve personale specializzato. Sono
soprattutto gli elettricisti che oggi hanno imparato e sono i più esperti.
Ma l'officina di Matany è anche specializzata in energia solare».

In che senso?
«In seguito alle molte donazioni di pannelli solari che sono arrivate alle
missioni, lo sfruttamento del sole come fonte di energia è decisamente
utilizzato nelle missioni del Karamoja. Nello stesso ospedale di Matany
l'energia incamerata dal sole durante il giorno dagli speciali pannelli
posti sul tetto ci consente di far funzionare per tutta la notte la sala
operatoria che durante le ore diurne funziona invece con un generatore.
Proprio mentre io sono a Piacenza a Matany è arrivato un tecnico
dall'Austria che sta tenendo un corso di un mese per utilizzare i pannelli
ad energia solare».
Che cosa è cambiato in Roberto Gandolfi da Moroto a Matany?
«Da volontario laico sono entrato ufficialmente nell'ordine dei comboniani
sempre come laico. E' stato tre anni fa. Mi avevano chiesto se volevo
diventare fratello ma c'era da studiare ed io ho fatto solo la quinta
elementare... Così ho pregato i padri della congregazione di lasciarmi
laico; fin lì c'arrivo, mi sento più a mio agio».

Com'è la vita all'ospedale?
«L'ospedale di Matany è stato fondato 38 anni fa dai comboniani. Vi
lavorano medici provenienti da tutte le parti del mondo. Oggi c'è
un'americano in pensione che faceva il medico in Vietnam nell'esercito
degli Stati Uniti ed è venuto a finire la sua carriera da noi. Dove si
trova bene perché il venti per cento degli uomini ricoverati arriva con
ferite da arma da fuoco. Per lui è un ritorno alla gioventù e nello stesso
tempo insegna il mestiere ai dottori africani. Quello di Matany è il più
grande ospedale della zona».
Come è cambiata l'Uganda ed il Karamoja negli ultimi 13 anni?
«Cominciamo da Kampala. Le strade sono pulite e senza più buche, gli
edifici cadenti sono stati ristrutturati o abbattuti e costruiti di nuovi,
le automobili sono belle e nuove, il traffico ricorda molto quello di
Piacenza, la gente, tutto sommato, lavora. Andando verso il nord, in
Karamoja, è rimasto tutto come allora. Anzi dal punto di vista della
sicurezza e della pace sociale la situazione è peggiorata. I passi avanti
sono stati fatti nell'istruzione, nella sanità. All'ospedale di Matany, ad
esempio, cominciano ad esserci i karimonjon che lavorano come infermieri.
Prima invece c'erano uomini provenienti da altre tribù perché in Karamoja
non c'era istruzione. Oggi ci sono karimonjon all'università di Kampala e
qualcuno è finito anche in parlamento. Solo che molti di questi passi
avanti vengono vanificati dal problema della sicurezza. Noi dobbiamo
uscire da Matany agli orari giusti se no si cade vittima delle imboscate.
Come fate?
«Ci muoviamo solo di notte, appena prima dell'alba. Partiamo alle 4 del
mattino ed arriviamo a destinazione prima di mezzogiorno. Tutto il resto
della giornata è troppo pericoloso. La gente è armata, le tribù dei
karimojon hanno i fucili e si sparano l'una con l'altra per rubarsi il
bestiame. C'è l'esercito che dovrebbe proteggerci ma non sempre è
possibile. Io stesso sono stato bersaglio di un'imboscata mentre ero alla
guida di un'ambulanza. Seduto accanto a me c'era l'amministratore
dell'ospedale che è stato colpito alle gambe. Io invece sono stato
fortunato ed il Signore mi ha protetto. Un'altra volta mi hanno rubato le
bibite che stavo portando ad una missione del nord. Ciò nonostante dentro
le missioni e dentro l'ospedale i guerriglieri non arrivano.
Paradossalmente hanno rispetto e sanno che noi li possiamo aiutare.
A differenza di quanto avviene nella regione di Gulu con i ribelli del
Lord Resistance Army che si oppongono all'esercito del presidente
Museveni. E' così?
«Certo. Ed è notizia di pochi giorni fa che questi ribelli si trovano
accampati a soli 70 chilometri da Matany, pronti ad attaccarci. Chi ci
salva sono proprio i karimonjon che non vogliono questo accada e che altri
arrivino del loro territorio. Tempo fa i ribelli saccheggiarono il
lebbrosario di Morulem e rapirono 40 ragazzi. I karimonjon intervenirono
uccidendo i ribelli e riportando a casa sani e salvi 38 dei 40 rapiti.
Che cosa le hanno insegnato 13 anni di Uganda?
«A lamentarsi poco ed a vivere con quel poco che si ha: quando c'è la
salute ed il pane per sè e per la propria famiglia, l'uomo è già ricco
così. Tutte le altre cose non hanno importanza. Forse potrà sembrare poco,
ma questo me lo hanno insegnato la vita e la morte che vedo tutti i giorni
in Karamoja».

GRAZIE ROBERTONE !!!
i ragazzi di
ParrocchiaCarpaneto.com
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PER AIUTARE CONCRETAMENTE
ROBERTO GANDOLFI |
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C/C BANCA DI
PIACENZA
FILIALE DI GROPPARELLO
N° 10-2233
INTESTATO A
BRENNI E ROCCA
INSERIRE LA
SCRITTA
"PER MISSIONE ROBERTO GANDOLFI" |
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NOTE TECNICHE
Territorio:
L'Uganda situata nella zona centro-orientale dell'Africa, ha una
superficie di 241.038 kmq. Altitudine media: 1.200 m. sul livello del
mare. Alti massicci (Elgon 4.321 m.; Ruwebzori, 5.119 m.), zone
pianeggianti e profonde depressioni geologiche, con i laghi Albert, Edward
e Victoria (il più grande dell'Africa e il terzo del mondo: 68.100 kmq).
Numerosi fiumi, fra cui i due rami iniziali del Nilo. Clima equatoriale,
caldo, piovosità abbondante. Vegetazione: in prevalenza savana, flora
lacustre, foresta equatoriale.
Popolazione:
Dai dati dell'ultimo censimento 1998: abitanti 20.900.000; densità 57 per
kmq; crescita annuale della popolazione 2,6%; media durata della vita 43,5
anni; analfabetismo 25/47%. Lo stanziamento umano risale a epoche
remotissime (paleolitico superiore). La maggior parte della popolazione
vive nei villaggi tradizionali, e i centri urbani sono pochi; il
principale è la capitale Kampala (circa 600.000 ab.), situata vicino al
lago Victoria e collegata con Entebbe, l'antica capitale (30.000 ab.),
dove si trova l'aeroporto internazionale. Seconda città è Jinja sul Nilo
Victoria, massimo centro industriale.
Risorse:
Soprattutto agricole. Gli indigeni coltivano tradizionalmente mais, dura
manioca, arachidi, patate dolci, ortaggi... La banana è il cibo base.
Molto praticata la pesca. Produzione di legname, tra cui spicca il mogano
rosso e nero. Gli europei hanno introdotto culture di tipo industriale:
caffè, cotone, tè, tabacco, canna da zucchero, ananas.
In sviluppo l'allevamento del bestiame. Scarso ancora lo sviluppo
industriale è lo sfruttamento del sottosuolo, ricco di minerali. Il rame,
che tra i minerali è di maggior pregio, ora non può essere estratto perché
le miniere sono in luoghi pericolosi per la presenza dei guerriglieri.
Storia:
documentabile dalla seconda metà del secolo scorso, con l'arrivo degli
europei. Territorio allora in maggior parte diviso tra i 4 regni di
Bunyoro, Buganada, Toro e Ankole.Nel 1890 si afferma definitivamente il
controllo inglese (Protettorato), e nel 1902 tutto il territorio riceve il
nome di Uganda; mancano avvenimenti storici di rilievo imo al 1962, quando
il paese ottiene l'indipendenza. Costituzione monarchica e federativa: si
mantengono cioè 4 re, nelle rispettive zone del paese, mentre uno di loro
- il re del Buganda Mutesa II - ha il titolo di capo dello Stato. Ma nel
1966 i1 primo ministro Milton Obote con un colpo di stato trasforma
l'Uganda in una repubblica, abolendo la suddivisione in regni.Ne segue
presto una guerra civile, che dura per oltre vent'anni, fra alcune tribù
profondamente diverse per razza, cultura; strutture economiche; il
dittatore Amin sconfigge Obote; Obote rivince su Amin, Tito Ochello
spodesta Obote. Ora, da quasi tre anni comanda il paese Yoweri Museveni,
ma soprattutto al nord del paese la guerriglia continua. Enormi i danni e
le vittime del ventennio: si parla di 100.000 morti.
Tradizioni e Costumi:
Le tradizioni e i costumi di questo popolo sono molto diversi perché
appartengono a due razze totalmente diverse: la Nilotica al Nord e la
Bantu al Sud.La lingua principale è il Lugandà e il Kiswaili. Anche i
costumi si differenziano secondo l'appartenenza ai vari gruppi etnici. La
poligamia sta diminuendo. Per il matrimonio esiste ancora il "Prezzo della
sposa", che non sminuisce l'amore tra i giovani sposi, ma ha il valore
tradizionale di ricompensare i genitori della sposa per la perdita della
figlia. Importante è anche il negoziato tra le due famiglie che culmina
nel "Uqwanjiula", cioè il giorno in cui i membri della famiglia dello
sposo portano i doni alla famiglia della sposa.
Religione:
Cattolica (la più diffusa: circa 8 milioni, i144;5% della popolazione; 14
diocesi, 16 vescovi indigeni.
Il Cristianesimo si è introdotto nel 1877 con gli anglicani e nel 1879 con
i cattolici); segue poi la Chiesa d'Uganda (protestante), Mussulmani,
Ortodossi, Animisti. Diocesi di Kampala: oltre 1.500.000 cattolici.
Cardinale Warnala, 2 vescovi ausiliari; 52 parrocchie; 200 preti; vari
Ordini religiosi; numerose suore.
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