Articolo di: Matteo Sebastiani, Davide Corvi & Stefania Pancini
 

La Chiesa parrocchiale di Carpaneto Piacentino
dedicata ai Santi Fermo e Rustico

 

     Sorta in stile romanico, è stata trasformata e alterata nel corso dei secoli. La sua giurisdizione era limitata dalle pievi di San Giorgio, Fontanafredda, Fiorenzuola, Travazzano e Vigolzone. Le chiese suffraganee erano: Celleri (S. Agnese), Chero (S. Biagio), Cimafava (S. Maria), Piacentino (S. Giovanni) e Viustino (S. Bartolomeo).

Dedicata ai santi martiri Fermo e Rustico, ha origini antichissime; basti pensare che alcune pergamene longobarde conservate nell’archivio della cattedrale di Piacenza documentano la sua esistenza prima dell’anno 1000. Queste cartule, inerenti la chiesa di San Fermo, risalgono al IX secolo, quando Carpaneto era Corte Vescovile. In una pergamena datata 1193, del locale archivio parrocchiale, risulta un elenco dei beni posseduti dalla “Plebis Carpanetis” nella campagna fra Viustino e Casturzano; altre pergamene dei secoli successivi, parlano della pieve dei santi Fermo e Rustico.

     Nel 1500 Carpaneto è un importante borgo fortificato. La chiesa si trova nella stessa posizione dove la possiamo osservare oggi, proprio a fianco del palazzo-fortezza residenza del feudatario. Affreschi ancora visibili nelle cappelle laterali e le pitture della navata centrale, raffiguranti la vita dei santi patroni, risalgono appunto a questo periodo come evidenzia la presenza dello stemma di monsignor Claudio Rangoni, vescovo di Piacenza dal 1596 al 1620. Gli affreschi della cappella della madonna del rosario, invece, sono del XVIII secolo, come risulta dalla visita pastorale del vescovo di Piacenza Pisani, nel 1775; in quell’occasione il suddetto vescovo benedisse solennemente la cappella. La prima torre campanaria, che al piano terra ospita la sagrestia, è stata costruita contemporaneamente al tempio; questa testimonia la qualità rustica della costruzione, edificata con materiali in cotto e sassi, senza pietre o marmi.

     Agli inizi del 1900 Carpaneto, in continua espansione, sentì la necessità di un nuovo campanile; doveva essere più alto, in modo che tutti potessero vederlo, con l’orologio. Nel 1911, grazie al parroco don Pietro Burgazzi, al quale si devono altre opere importanti nel paese, come l’omonimo oratorio, iniziarono i lavori. Il campanile sorgeva a fianco della facciata ma, spostato in avanti,  e formò un corpo unico con il successivo allungamento di un’arcata del 1950. nel 1913, quando l’arcivescovo Umberto Malchiodi era curato a Carpaneto, furono innalzate a forza di braccia le campane, mentre l’orologio venne installato nel 1919.

     Poco dopo si cominciò a parlare dell’insufficienza del tempio causa il continuo aumento della popolazione e, della necessità di una nuova chiesa. Nel 1924 l’ingegner Giambattista Burgazzi venne incaricato dal Comune di redigere uno studio di ammodernamento del paese. Questo elaborato prevedeva anche la costruzione di una nuova pieve all’incrocio tra via Fiume e via Trento. Il vecchio edificio sarebbe stato demolito per ampliare l’area pubblica della piazza, conservando però le due torri. L’iniziativa rimase allo stato di progetto: le tavole illustrative sono conservate nell’archivio  del Comune.

     Nel 1932, quando era parroco don Italo Sgorbati, il consiglio dell’opera parrocchiale affidò un incarico a Paolo Costermanelli: l’architetto doveva studiare la situazione generale del tempio. Quest’ultimo, infatti, era ritenuto anche pericolante causa alcune evidenti crepe apertesi nella volta della navata centrale. Dalla dettagliata relazione dell’architetto Costermanelli risulta che la superficie disponibile per i fedeli è di 225 metri quadrati, del tutto insufficiente per una popolazione di 2200 anime. Si prospettarono così due possibili soluzioni: si poteva allungare la chiesa esistente, come gradito ad una parte di parrocchiani “tradizionalisti”, legati al vecchio edificio; oppure era possibile realizzare un progetto, definito grandioso, di costruzione di un tempio nella zona tra via Rossi e via Gaviolo, nell’area del giardino di fronte alla pesa pubblica, come gradito ai parrocchiani “progressisti”. Il nuovo edificio, da dedicare al sacro cuore di Gesù, richiedeva una spesa di un milione e duecentomila lire ma, il progetto non prese mai vita.

     Nel 1936 arrivò il parroco don Paride Peretti, il quale continuò la raccolta di fondi “pro chiesa”; intanto i parrocchiani restavano divisi: allungare la pieve o costruirla nuova? Si rileva dal bollettino parrocchiale “l’angelo della famiglia” che su questa questione intervenne anche il Podestà Carlo Nazzani. Quest’ultimo precisò che il Comune sarebbe stato propenso ad acquistare l’area eventualmente lasciata libera dall’abbattimento di chiesa e casa canonica per ampliare piazza XX settembre. Nel 1941 fu organizzata in grande stile la prima giornata per la raccolta fondi “pro erigenda chiesa”. L’anno seguente, per esigenze belliche, vennero requisite due campane della torre; nello stesso periodo, il professor Giovanni Casali realizzò un progetto di sistemazione della pieve con una grande facciata in stile barocco.

    Nel 1943 arrivò un nuovo parroco Don Pietro Tramelli ma, per tutto il periodo bellico, ogni progetto di realizzazione rimase sospeso. Al termine della guerra, nel 1948, su progetto dell’architetto Pietro Berzolla, iniziarono i lavori con un preventivo di 13600000 lire. Il tempio fu consolidato e allungato di un’arcata, la facciata fu rifatta così come è attualmente, nel 1955 venne rifatto anche il pavimento.

    Nel 1968 il nuovo parroco Don Luigi Poliedri continuò l’opera di completamento: furono realizzate le vetrate, le nuove panche, il riscaldamento, sistemazione del coro e dell’altare maggiore secondo le nuove norme liturgiche; seguì il rifacimento del tetto e le nuove grondaie in rame, il restauro radicale della torre campanaria e la tinteggiatura esterna di tutto l’edificio, torre compresa.

    Nel 1991 iniziarono i lavori di restauro e recupero dei dipinti nella cappella della Madonna del rosario. Lucia Bravi, sotto la direzione della dottoressa Lavagetto della sovrintendenza ai beni artistici, riportò all’antico all’antico splendore i 15 medaglioni raffiguranti i misteri del rosario. Due anni dopo venne recuperata la cappella di Sant’Antonio. Sempre Lucia Bravi, con la consulenza della dottoressa Lavagetto, riportò alla luce antichi affreschi sulla vita di San Rocco: dal verbale di una visita pastorale del1579 risulta infatti una cappella dedicata a San Rocco. Successivamente, nel 1800, la cappella fu dedicata a Sant’Antonio da Padova e gli antichi affreschi vennero coperti.

    All’inizio del 1997 don Luigi Polledri è costretto a rinunciare alla parrocchia per motivi di salute ed arrivano due coparroci: don Pietro Dacrema e don Giuseppe Tosca. Nel 1998 l’architetto Elio Garzillo, sovrintendente regionale ai beni architettonici, approva un piano di lavoro interno all’edificio. Si iniziò col togliere l’intonaco dai pilastri, riportandoli alla versione originale con i mattoni faccia a vista; si prosegue dipingendo con colore chiaro la parte non affrescata conferendo all’edificio sacro il decoro e la pulizia che il luogo richiede. Nel 2000 sono ripresi i lavori di recupero dei dipinti del catino absidale raffigurante la gloria di Gesù attorniato da una serie di gironi sovrapposti di angeli con al centro il Padre eterno. Tutto ciò sempre ad opera della restauratrice Lucia Bravi, sotto la direzione del dottor Angelo Loda della sovrintendenza ai beni artistici. Nella prima campata sopra il presbiterio  sono raffigurati due quadri della vita dei santi patroni Fermo e Rustico, altri sei quadri sono nelle altre campate della navata centrale; questi dipinti andrebbero tutti studiati e, ad un primo esame sembrano di buona mano di anonimo pittore e potrebbero risalire al 1500. In questa campata sono raffigurati in un quadro San Fermo mentre distribuisce pane ai poveri e in un altro i due patroni mentre subiscono il martirio sulla sponda dell’Adige presso Verona, come vuole l’antica tradizione.

Sotto l’altare si trovano due tombe: una contiene il corpo di don Anguissola ucciso nel XV secolo da un armigero ghibellino che, appostato dietro una feritoia scoccò il dardo mortale; l’altra tomba è invece vuota. 

Dove oggi sorge il salone parrocchiale, fino al 1700 vi era situato il cimitero.